Quando una persona lascia la sua vita terrena dopo mesi o addirittura anni passati in uno stato definito “socialmente morto”, tra le varie considerazioni che si fanno si dice che in fondo “è meglio così”. Con l’incipit, che da sempre consideriamo obbligatorio, “È brutto dirlo ma …”
Beh, si, in effetti suona sgradevole o magari inopportuno, ma se la persona che si è spenta stava facendo una vita che di fatto vita non la si poteva più definire, il fatto che sia meglio così credo sia un’indiscutibile verità.
Quando a causa di malanni assortiti (o anche solo di uno) non puoi più fare più nulla di ciò che ti piaceva, sei confinato in un letto, fatichi o addirittura non riesci a comunicare, non provi più nemmeno il gusto di sederti a tavola per un pasto, inconsciamente ti lasci andare, perché secondo me lo sai, che così non ne vale più la pena. Certo, puoi ancora sentire l’affetto dei tuoi cari, ma magari nei barlumi di lucidità vedi anche quanto si debbano adoperare per te, e per quanto possa farti piacere, sapere di dipendere per qualsiasi cosa da altri deve essere una condizione avvilente.
Credo che la nostra vita valga la pena di essere vissuta fino a quando esistono uno o più motivi per i quali si ha voglia di sbattersi. Fino a quando si sente di aver qualcosa di cui occuparsi. Fino a quando c’è qualcosa che provoca interesse. Penso che la vita valga la pena di essere vissuta fino a quando si può ancora pensare : “Non vedo l’ora che …”.
Quando non c’è più nulla di tutto questo, quando si spengono il desiderio, la curiosità, l’iniziativa, beh, per quanto possa sembrare un pensiero cinico o poco rispettoso, credo che non la si possa nemmeno più chiamare vita.
Si è veramente vivi fino a quando ci si sente tali.
Essere vivi e sentirsi vivi non è la stessa cosa.
