The PLAYLIST

In questi giorni mi sono visto su Netflix “The playlist”, la storia della genesi del colosso della musica streaming Spotify. L’idea di base nacque dopo il proliferare dei siti e dei programmi per condividere e scaricare gratis la musica (Napster in primis). Nella serie si fa riferimento a The Pirate Bay, noto sito di torrent che spopolò in quegli anni (inizio 2000).
La visione del fondatore Daniel Ek era quella di creare un sito per poter ascoltare gratuitamente, senza attese, tutta la musica del mondo. E la storia di come è nata Spotify c’è tutta, vista da ben sei prospettive diverse, a partire da quella di Daniel, passando per quelle degli altri protagonisti cruciali della vicenda. Con una particolare attenzione sui compromessi che il fondatore ha dovuto accettare per poter veder nascere la sua creatura.
Le case discografiche prima si opposero strenuamente, poi, quando capirono che l’unico modo per salvarsi dalla pirateria era quello di scendere ad accordi con chi stava progettando il nuovo modo di ascolto della musica, lo fecero. Ed ora (almeno a quanto si dice nella serie) possiedono il 20% di Spotify, oltre a guadagnare su ogni riproduzione di canzone.
L’ultima prospettiva, cupa, ambientata in un prossimo futuro, è quella di una cantante (Bobbi T) che insieme a molti altri accusa Spotify di sfruttare il lavoro dei veri artisti per arricchirsi, e di avere il monopolio nel settore, tanto da poter “manipolare” gli interessi musicali delle persone.
Su questi aspetti si potrebbe parlare e discutere per settimane, l’unica cosa che mi sento di dire è che la spinosa questione del guadagno troppo esiguo degli artisti (ovviamente non si parla dei big, ma di quelli con un livello di “fama” medio basso) è accesa già da molto tempo, già da quando ancora si vendevano i CD.
In un testo di un suo pezzo del 2003, Frankie Hi NRG faceva notare che chi avesse comprato il CD originale aveva investito “un capitale che è di tutto rispetto, pari al costo dell'ingresso in un locale fighetto o come il prezzo del biglietto di una partita di scudetto e di cui in tasca non mi arriva forse manco un euro netto.” Un euro su 18. Pochino. Insomma, quasi vent’anni fa, la stessa amara considerazione di un artista, la sensazione di essere quello che in tutta la filiera della produzione musicale prende le briciole, nonostante si venda un “prodotto” fatto da lui.
Chissà come andrà in futuro… Intanto vi straconsiglio la serie perché è veramente ben fatta.