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Caparezza: «Un fischio mi tortura. Il mio disco nato per l’acufene»

Michele contro Caparezza. Michele Salvemini è il vero nome di Caparezza, l’anomalia del nostro panorama rap. Il confronto fra persona e personaggio è nato durante la lavorazione di «Prisoner 709», il nuovo album dell’artista pugliese che esce venerdì. «Per la prima volta ho messo Michele al centro del disco svelando il mio lato più intimista. Caparezza è più sberleffo e provocazione a tutti i costi: mi sono spogliato di questa parte. Si capisce dalla voce: quella nasale che era la mia caratteristica è confinata in un angolo del disco. E si capisce anche dal primo pezzo, intitolato“Prosopagnosia”: è un deficit che impedisce il riconoscimento dei volti altrui, qui sono io che non riconosco me stesso». Come in quasi tutti gli album della carriera di Capa, in «Prisoner 709» c’è un filo conduttore. «Non è un concept, nel senso che non ci sono dei personaggi e una storia da raccontare. Però è un disco tematico, una sorta di percorso di autoanalisi che segue un periodo poco bello da cui volevo uscire».
La scintilla del progetto è stato un brutto colpo. Caparezza ha scoperto di soffrire di acufene, un ronzio continuo che si sente nell’orecchio. «È causato dall’abuso di volumi di ascolto troppo alti... Non esiste cura e lo porterò con me per sempre. Non posso più ascoltare musica in cuffia. Sono andato in crisi: il mio corpo era la mia prigione». Il rapper ha allargato l’idea di carcere. «Siamo prigionieri del nostro ruolo. Non riusciamo ad abbandonarlo. E sulla foto di copertina io stesso non riesco a evadere da una gabbia da cui invece potrei uscire». Ogni brano è un capitolo di un ipotetico carcere mentale e gioca su un contrasto rappresentato da una scelta fra una parola di 7 e una di 9 lettere: Michele o Caparezza, innocuo o criminale... I testi hanno più chiavi di lettura e sono pieni di riferimenti a psicanalisi, storia, teorie filosofiche: «A chi li trova troppo profondi consiglio di ascoltare le canzoni come se fossero in una lingua che non conosce. Come fanno in tanti quando sentono un brano in inglese», scherza. Nel pezzo che dà titolo all’album parla di musica e di «voglia di elevare i contenuti»: «Ne vedo poca. Contenuto è impegnarsi a fare bene un lavoro, non impegno politico o sociale. Anzi, quelli possono anche essere noiosi». Non rinnega però la satira sociale dei suoi lavori precedenti: «In passato sono stato osservatore di quello che accadeva all’esterno. A quell’età andava bene. Superata quella fase, guardo dentro me stesso».

Ci sono degli ospiti. John De Leo («È uno fuori da ogni schema»), Max Gazzè («Non amo sentire la mia voce cantare. Ho scelto lui perché lo stimo») e Darryl Mc Daniels dei Run DMC: «Ho scoperto il rap con loro. A Molfetta non riuscivo a condividere la mia passione con nessuno. Ci vollero settimane per far arrivare quel disco d’importazione e ricordo l’ansia causata dalla lentezza della negoziante a battere lo scontrino». «Prosopagnosia» ha il taglio dark dell’hip hop di oggi, nel resto del disco i generi si mischiano e Capa appoggia le sue rime a basi metal, disco, funk... Il suo giudizio sul rap di oggi è distaccato. «È un genere per natura radicato nella gioventù. A 43 anni quindi non è semplice farlo, ma mi piace ancora. Non vedo un limite nel genere ma nelle persone. Qualcuno fa dischi piacioni, io racconto quello che sono adesso».

Data
Sab 16 Set 2017